Posts in Category: Curiosità varie

Benessere: bastano 15 minuti di movimento per migliorare l’umore

Non serve viaggiare lontano o spendere cifre elevate per portare corpo e mente in un luogo più felice. I benefici dei wellness retreat spesso svaniscono rapidamente, e i viaggi troppo lunghi possono aggiungere ulteriore stress.
Con l’aumento generalizzato dello stress il turismo del benessere è in forte crescita. Secondo Euromonitor, la domanda globale di vacanze benessere è infatti cresciuta del 33% nell’ultimo anno.

Eppure, una semplice pausa di movimento giornaliero di 15 minuti e 9 secondi si è dimostrata scientificamente capace di portare benefici più duraturi di una settimana in un retreat di wellness.
Lo ha dimostrato un nuovo studio di ASICS sull’efficacia dell’Everyday Escape, la pausa quotidiana di attività fisica, supervisionato dal dott. Brendon Stubbs del King’s College London.

Everyday Escape, alternativa più accessibile ed efficace 

I partecipanti allo studio Everyday Escape che si sono concessi una pausa quotidiana di poco più di un quarto d’ora di movimento hanno riportato un miglioramento del 21% del proprio stato mentale complessivo rispetto alla loro esperienza in un retreat.

Inoltre, il 71% ha dichiarato che l’attività fisica quotidiana è stata più efficace nel ridurre lo stress rispetto al retreat, il 73% ha riportato benefici mentali più duraturi t e il 65% l’ha percepita come capace di migliorare l’umore.

Wellness retreat: i risultati non sempre sono all’altezza delle aspettative

Lo studio condotto sulle persone che avevano recentemente partecipato a un wellness retreat ha rivelato che per questo tipo di vacanza vengono percorsi in media 1.780 km e si spendono circa 1.421 euro. Questo, sebbene i risultati non siano sempre all’altezza delle attese.

Quasi due terzi (62%) dei partecipanti hanno dichiarato che l’esperienza non ha soddisfatto le aspettative, mentre sette su dieci (70%) hanno segnalato che i benefici ottenuti svanivano già al termine del soggiorno o poco dopo il rientro.
Per alcuni, il retreat ha persino rappresentato una fonte aggiuntiva di stress. Soprattutto per i costi (24%) e la lunghezza dei viaggi (21%), indicati come fattori critici.

“Quando ci muoviamo, stiamo meglio”

“Credo profondamente nel potere del movimento, non solo per il corpo, ma anche per la mente – ha commentato Natasha Rothwell, Everyday Escape Concierge di ASICS -. Certo, puoi spendere migliaia di dollari o volare dall’altra parte del mondo per sentirti meglio, oppure puoi semplicemente uscire e muovere il tuo corpo. La tua Everyday Escape può essere una passeggiata, una sessione di stretching, una danza in cucina. È gratuita, semplice e soprattutto è tua. Il benessere non dovrebbe essere un lusso, ma qualcosa di accessibile a tutti, ogni giorno. Quando ci muoviamo, stiamo meglio. Ed è questo il tipo di fuga che tutti meritano”.

Auto: quanti italiani conoscono il motore della propria macchina?

Le case automobilistiche spesso scelgono di utilizzare per i propri veicoli motori costruiti da altri produttori. Ma non tutti gli automobilisti italiani ne è consapevole. Una percentuale importante di italiani si colloca su livelli bassi o medi di consapevolezza (41%), mentre il 6% ammette addirittura di non saperne nulla, una percentuale che arriva al 12% nelle regioni del Centro Italia.
I dati emergono dall’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research.

In pratica, secondo lo studio meno del 20% del campione intervistato è pienamente a conoscenza del fatto che spesso il motore installato su un’autovettura è prodotto da altre aziende. E la percentuale crolla all’11% considerando il solo campione femminile.

Prezzo, consumi, sicurezza i parametri per l’acquisto

La decisione d’acquisto di un’auto dipende principalmente da fattori economici e funzionali, come prezzo, consumi, sicurezza, mentre elementi più tecnici come la provenienza del motore hanno un peso secondario. Tanto che appena il 34% del campione intervistato dichiara di tenere in considerazione questo aspetto quando è alle prese con il cambio della propria vettura.

“Quando il consumatore dichiara che ‘il motore conta’, in realtà sta esprimendo fiducia nel marchio dell’auto, non necessariamente esprime consapevolezza sull’effettivo produttore del propulsore”, spiega Facile.it.
Attenzione però a non sottovalutare questo componente: non solo rappresenta il cuore dell’auto, determinando performance, affidabilità e consumi, ma può anche avere un impatto sui costi di manutenzione, bollo e assicurazione.

Assicurazione, bollo e potenza

Per quanto riguarda il bollo, ad esempio, il peso della tassa automobilistica varia in funzione della potenza effettiva del motore, espressa in Kilowatt (kW) e indicata nel libretto di circolazione.

Esiste però anche un rapporto tra il motore, in particolare, la sua cilindrata, e il premio RC auto.
Le compagnie assicurative a volte usano questo valore per calcolare il premio assicurativo: all’aumentare della cilindrata normalmente cresce non solo il valore dell’auto, ma anche la potenza del motore, quindi, aumenta statisticamente anche il rischio di sinistri.
Ecco perché a parità di valore d’acquisto (ad esempio, 30.000 euro) il premio medio della polizza tende a crescere all’aumentare della cilindrata, con una differenza che può arrivare fino al 57%.

Alimentazione e premio RC Auto

Ancora meno italiani sanno che in alcuni casi le compagnie assicurative tengono in considerazione anche l’alimentazione del motore.
Dall’analisi Facile.it emerge che una polizza per un’auto alimentata solo a diesel o benzina costa in media di più rispetto a una vettura ibrida.

Ad esempio, limitando l’analisi a veicoli con potenza inferiore a 75 kW, il premio medio per il modello ibrido è inferiore del 10% rispetto a quello diesel. La differenza aumenta ulteriormente sulle auto più potenti: nella fascia tra 120 e 200 kW assicurare un modello ibrido costa in media il 4% in meno rispetto a quello a benzina, e il 17% in meno rispetto a quello diesel.

Indice di fiducia: migliora il sentiment delle imprese, cala quello dei consumatori

Si rafforza la fiducia delle aziende, ma i cittadini si tengono su posizioni più caute. Ecco la sintesi dei dati sulla fiducia relativi a giugno diffusi da Istat: da una parte cresce l’ottimismo tra le imprese, dall’altra cala leggermente la fiducia dei consumatori.

Il clima generale resta complesso e sfaccettato, con segnali divergenti tra i diversi settori economici e nelle aspettative delle famiglie.

Consumatori più prudenti: scende ancora l’indice di fiducia

L’indice che misura il clima di fiducia dei consumatori registra una lieve flessione, passando da 96,5 a 96,1. Si tratta di una battuta d’arresto dopo il recupero del mese precedente. La diminuzione coinvolge quasi tutte le componenti dell’indicatore, ad eccezione dei giudizi sull’economia nazionale e delle aspettative riguardo alla disoccupazione, che mostrano segnali di maggiore ottimismo.

Analizzando i quattro sottocomponenti principali, si osserva un quadro misto: il clima economico migliora da 97,5 a 99,6, mentre il clima futuro resta invariato a 93,7. In calo invece le percezioni legate alla sfera personale (da 96,1 a 94,8) e a quella corrente (da 98,6 a 97,9), segno che molte famiglie continuano a percepire difficoltà nella loro quotidianità.

Imprese in ripresa, ma con qualche ombra

L’indice composito che riassume la fiducia delle imprese cresce da 93,1 a 93,9, confermando un andamento positivo per il secondo mese consecutivo. Il miglioramento coinvolge la manifattura (da 86,6 a 87,3), le costruzioni (da 102,1 a 103,4) e i servizi di mercato (da 94,5 a 95,6). L’unica eccezione è rappresentata dal commercio al dettaglio, che registra una flessione da 102,8 a 101,9, penalizzato soprattutto dalla grande distribuzione.

Nei settori industriali migliorano le attese sulla produzione futura, anche se i giudizi sugli ordini rimangono deboli. Nel settore edilizio aumentano le aspettative sull’occupazione, mentre nei servizi cresce la soddisfazione sugli ordini ricevuti e sull’andamento degli affari. Il comparto dei trasporti e logistica guida la crescita, mentre i servizi turistici segnalano una fase di rallentamento.

L’analisi dei dati

Giugno restituisce un’immagine a doppia velocità dell’economia italiana. Le imprese mostrano maggiore fiducia nel futuro, spinte da prospettive in miglioramento e segnali incoraggianti nei settori produttivi e dei servizi.
I consumatori, invece, appaiono più cauti, frenati da un contesto economico ancora incerto che condiziona le valutazioni sulla situazione personale.

Italiani e qualità della vita: perché aumenta il livello di insoddisfazione?

Gli italiani sono contenti della propria vita? Così così, e comunque meno di qualche mese fa. Il 2024 registra infatti un leggero passo indietro sul fronte del benessere soggettivo.

Secondo l’indagine annuale dell’Istat sugli Aspetti della vita quotidiana, la percentuale di italiani che assegna un punteggio alto (tra 8 e 10) alla propria soddisfazione generale si attesta al 46,3%, in lieve calo rispetto al 46,6% dell’anno precedente. Un dato che segnala una stagnazione emotiva dopo i segnali di ripresa post-pandemia.

Vita quotidiana: calano le vere “gioie” 

Le rilevazioni Istat evidenziano una flessione diffusa anche nei giudizi riferiti a specifiche aree della vita. In particolare, la soddisfazione per le relazioni familiari scende all’87,9%, mentre quella verso le amicizie si ferma al 79,7%. Ma il calo più netto riguarda il tempo libero, che passa dal 68,1% al 66,3%. Segnali, questi, che mostrano un clima di crescente fatica nelle dinamiche personali e relazionali.

Anche la salute viene vissuta con minor entusiasmo: solo il 78,5% si dichiara soddisfatto, con un calo di oltre un punto percentuale.

Economia e lavoro: aumenta la sensazione di incertezza

Dal punto di vista economico e lavorativo, la fotografia dell’Istat mostra tinte spente. La soddisfazione legata alla propria condizione economica cala al 57,6%, mentre quella riferita al lavoro scivola al 77,6%. Migliora, seppur lievemente, la percezione sulla situazione economica generale: diminuisce la percentuale di famiglie che segnalano un peggioramento (dal 34% al 29,6%).

Fiducia sociale ai minimi: solo uno su cinque si fida

Preoccupa anche il dato relativo alla fiducia verso gli altri: nel 2024 solo il 22,5% degli italiani afferma di fidarsi del prossimo, in discesa di oltre due punti rispetto all’anno precedente. Un indice che misura indirettamente la qualità del tessuto sociale.

Giovani più positivi, anziani più critici

A livello demografico, si conferma la maggiore soddisfazione tra i giovani: nella fascia 14-17 anni oltre il 60% assegna un voto alto alla propria vita. All’opposto, tra gli over 75 la quota scende drasticamente al 40,1%. Interessante l’aumento dell’insoddisfazione tra i 25-34enni, con il 12,2% che valuta negativamente la propria situazione, contro il 9,8% dell’anno precedente.

Perché la natura fa bene alla salute (e alla coscienza ecologica)?

L’occasione di riflessione è la Giornata della Terra, che ricorre ogni anno il 22 aprile. Un’opportunità preziosa per riflettere sull’importanza del nostro rapporto con l’ambiente. Non si tratta solo di un evento simbolico: passare più tempo all’aperto, immersi nel verde, ha effetti positivi sulla salute mentale e fisica e stimola una maggiore attenzione alla sostenibilità.

Un legame, quello tra natura e benessere, che non riguarda solo il singolo individuo, ma che coinvolge l’intera collettività, come conferma una recente indagine internazionale.

Non per tutti: il mondo diviso dall’accesso al verde

Secondo la Worldwide Survey di WIN, condotta su quasi 35.000 persone in 39 Paesi, l’accesso agli spazi verdi è tutt’altro che equo. Solo il 47% degli intervistati afferma di frequentare spesso ambienti naturali, mentre uno su quattro ci va raramente. Fattori come livello di istruzione, occupazione ed età influenzano fortemente questa relazione.

Chi ha un’istruzione elevata tende a passare più tempo nella natura rispetto a chi ha un livello di studio più basso. Ad esempio, solo il 16% di chi ha un master o un dottorato dichiara di non frequentare ambienti naturali, contro il 39% tra coloro con scarsa scolarizzazione.

Anche lo stato occupazionale fa la differenza: pensionati e persone con disabilità sono i più presenti nella natura (57%), seguiti da chi lavora a tempo pieno (48%). Studenti e casalinghe risultano meno coinvolti.

Il caso italiano: tra fiducia nel singolo e sfiducia nelle istituzioni

In Italia, il 16,4% della popolazione si dichiara a stretto contatto con la natura. Le differenze territoriali sono marcate: il Nord Ovest e il Nord Est guidano la classifica, mentre il Sud e le isole restano indietro. I dati sono stati raccolti da BVA Doxa.

Gli italiani mostrano grande fiducia nelle azioni individuali per migliorare l’ambiente: oltre l’86% si dice d’accordo, almeno in parte, con questa affermazione. Tuttavia, lo scetticismo verso le politiche pubbliche è forte: appena il 4,7% ritiene che il governo stia facendo abbastanza per la sostenibilità ambientale.

Natura e salute: un binomio sempre più evidente

L’indagine mostra anche una stretta relazione tra benessere percepito e contatto con la natura: l’81% di chi trascorre molto tempo all’aria aperta si considera in buona salute, rispetto al 67% tra chi frequenta raramente ambienti naturali.

Camminare, coltivare un orto o semplicemente stare in un parco sembrano dunque contribuire a un migliore equilibrio psicofisico.

Imprese sotto osservazione: tra greenwashing e buone pratiche

Il rapporto con la natura influisce anche sulla percezione delle imprese. Chi è più a contatto con l’ambiente tende ad avere una visione più critica e consapevole: quasi la metà degli italiani (49,7%) crede che la responsabilità sociale d’impresa sia spesso una strategia di facciata. Solo l’11% ha fiducia nelle aziende quando si parla di vera sostenibilità.

La Giornata della Terra non è dunque solo una ricorrenza da segnare ogni anno sul calendario: è un’occasione concreta per riscoprire il valore del nostro legame con la natura e riconsiderare le scelte quotidiane, personali e collettive. Perché la salute del pianeta è, in fondo, anche la nostra.

Spazio: l’Italia raccoglie la sfida della New Space Economy

L’Italia è il sesto Paese al mondo per rapporto fra investimenti nello spazio e Pil, e il terzo in Europa. Un rapporto che negli ultimi anni è quasi raddoppiato, con una crescita media annua del 9,5%.
Inoltre, degli 88 Paesi che investono in programmi spaziali, di cui 14 hanno capacità di lancio, l’Italia è tra i 9 dotati di un’agenzia spaziale, con un budget di oltre 1 miliardo di dollari all’anno.

Nel 2023 il Made in Italy nel settore spaziale, poi, ha prodotto esportazioni per 7,5 miliardi, in crescita del 14% rispetto al 2022. Nei primi otto mesi 2024 il dato delle esportazioni italiane nel settore è stato di 4,3 miliardi.
A livello di Pil mondiale, la New space economy rappresenta circa lo 0,35%. E secondo il World Economic Forum, nel 2023 ha raggiunto il valore di 630 miliardi di dollari, e potrebbe raggiungere gli 1,8 trilioni di dollari entro il 2035. 

Un comparto composto per l’80% da PMI

Il comparto spaziale italiano è ancora composto per circa l’80% da Pmi altamente specializzate nei diversi àmbiti. Inoltre, l’Italia possiede una filiera completa su tutto il ciclo, dall’accesso allo spazio alla manifattura, dai servizi per i consumatori ai poli universitari e di ricerca, con un’ottima distribuzione delle attività su tutto il territorio e un mercato in cui operano all’incirca 200 aziende con un fatturato annuo di più di 2 miliardi di euro.

Dal 2016 l’Italia è dotata di un ‘Piano strategico Space Economy’ il cui investimento è stato di circa 4,7 miliardi di euro, di cui circa il 50% finanziato con risorse pubbliche aggiuntive.

Un piano per garantire sostegno strutturale alla filiera produttiva

Nel periodo 2023-2027, riporta un comunicato di Eurispes, i finanziamenti pubblici destinati all’ecosistema spaziale nazionale ammonteranno, complessivamente, a oltre 7 miliardi di euro.
Tali prospettive di attenzione e sviluppo sono in linea con l’approvazione del primo disegno di legge per una normativa organica nazionale sulla space economy.

In definitiva, il ‘piano’ consiste nel permettere alle imprese di superare le proprie limitazioni dimensionali e accedere a capitali più consistenti. Senza un sostegno strutturale alla filiera produttiva, le imprese rischiano di perdere la capacità di rispondere alle sfide del mercato globale.

Investire nello Spazio è una scommessa win-to-win

La futura ‘guerra spaziale’, in realtà già in corso, si combatterà prima di tutto sul fronte economico, e le motivazioni sono chiare. Dall’estrazione mineraria sugli asteroidi la NASA stima un ricavo pari a 700 quintilioni di dollari.
Investire nella space economy rappresenta una scommessa win-to-win, dato che il ritorno degli investimenti in tale settore è pari ad almeno il doppio.

Ma nonostante le grandi potenzialità, le aree di miglioramento e i ritardi europei nei confronti dei principali competitor internazionali sono numerosi. Ad esempio, nei soli investimenti privati il gap è stimato in 10 miliardi di euro per i prossimi 5 anni.
Non c’è quindi tempo per ‘contemplare’ dello spazio. È il momento di implementare le nostre capacità in questo settore.

Casa: l’Italia continua ad attirare gli acquirenti esteri

Anche nel 2024 l’Italia si conferma una delle mete preferite per chi cerca una nuova casa all’estero. In base ai dati del portale immobiliare italiano per l’estero Gate-away.com, gli Stati Uniti si confermano saldamente al primo posto nella classifica delle nazionalità più attive.

Il 29,92% delle richieste totali di abitazioni proviene infatti dagli USA, seguiti dal Regno Unito (9,78%), che nonostante le difficoltà legate alla Brexit, permette ai cittadini britannici di superare i tedeschi nella ricerca di immobili sul territorio italiano.
La Germania scende infatti al terzo posto (9,58%), registrando una performance annuale negativa del -21% e proseguendo in un trend al ribasso iniziato nel 2022.

Aumentano le richieste da Slovacchia, Grecia, Messico

Tra le prime dieci nazionalità più attive nella richiesta di case all’estero si trova anche l’Italia, che raggiunge il quarto posto della classifica. Come è possibile? Il motivo è semplice: il 5,6% di richieste totali sul portale viene effettuato da stranieri nel corso di un soggiorno nel nostro Paese.

In ogni caso, l’Italia è seguita da Francia (4,88%), Canada (4,39%), Olanda (4,07%), Belgio (3,07%), Svezia (2,75%) e Svizzera (2,45%).
Particolarmente interessante la crescita su base annua delle richieste provenienti da Slovacchia (+65,69%), Grecia (+47,2%) e Messico (+46,6%).

Dove e cosa cercano gli stranieri?

La Toscana guida la classifica delle richieste regionali, con il 16,89% del totale, seguita da Sicilia (10.16%), Lombardia (8.86%), Liguria (8,16%) e Puglia (8%).
Sul fronte provinciale, Como è al primo posto (4,7%), seguita da Perugia (4,62%), Lucca (4,57%) e Cosenza (4,36%).
Rispetto al 2023, performance significative si registrano a Ragusa (+78,47%), Nuoro (+59,41%) e Biella (+55,95%).
Le abitazioni più ricercate continuano a essere gli appartamenti (19,67%), seguiti da ville (15.71%) e case indipendenti (12.37%).

Non mancano alcune soluzioni tipiche del territorio italiano, come, ad esempio appartamenti (+18.3%) e dimore storiche (+6.56%), segnale dell’interesse per l’unicità e il fascino del patrimonio architettonico italiano. Ma si evidenzia un incremento anche per costruzioni tipiche del Sud Italia, come dammusi e sassi.

Il valore degli immobili

Il valore medio degli immobili richiesti nel 2024 si attesta a 423.286 euro (-2,46% rispetto al 2023).
Le richieste di acquisto si concentrano principalmente su immobili fino a 250mila euro (oltre il 60% del mercato). Domina la fascia fino a 100mila euro (41,61%), seguita da quella tra 100 e 250mila (25,06%).
Gli immobili tra 250 e 500mila euro rappresentano il 16,7%, quelli tra 500mila-1 milione sono il 9,66%.

Quanto alla metratura, gli acquirenti stranieri si orientano principalmente verso immobili con superfici superiori a 120mq (53,7%), seguiti da immobili tra 80-100mq (12,23%).
Predominano poi le abitazioni con 2 camere da letto (28,6%) e 3 camere da letto (21,93%), ma crescono le richieste per immobili con 7 camere o più (+9,49%), segno di un rinnovato interesse per le proprietà di grandi dimensioni.

WhatsApp: addio ai vecchi Android nel 2025

La decisione di Meta mira a garantire una maggiore sicurezza e un’esperienza d’uso migliore: dal 1° gennaio 2025 WhatsApp non funzionerà più su una serie di dispositivi Android risalenti ai primi anni 2010 e ritenuti ormai obsoleti. In pratica, circa venti modelli di smartphone con questo sistema operativo.
In particolare, i dispositivi che operano con il sistema Android KitKat o versioni precedenti non più in grado di supportare le nuove funzionalità e i protocolli di sicurezza di WhatsApp.

Ma il termine del supporto riguarderà anche alcuni modelli di iPhone. Dal 2009, anno della sua creazione, l’app di messaggistica si è evoluta, integrando tecnologie avanzate, migliorando costantemente la sicurezza, ma richiedendo hardware e software aggiornati che non sono più compatibili con smartphone troppo ‘vecchi’.

La lista dei modelli “eliminati”

I modelli che non saranno più supportati dal 2025 includono Samsung Galaxy S3, Galaxy Note 2, Galaxy Ace 3, Galaxy S4 Mini, Motorola Moto G (1a Gen), Razr HD, Moto E 2014, HTC One X, One X+, Desire 500, Desire 601, LG Optimus G, Nexus 4, G2 Mini, L90, Sony Xperia Z, Xperia SP, Xperia T, Xperia V.

Questi dispositivi, ormai con almeno un decennio di vita, potrebbero ancora essere in uso come telefoni secondari o di riserva. Ma dal 2025 gli utenti di tali modelli dovranno cercare alternative per continuare a utilizzare i servizi di messaggistica.
Per gli utenti che desiderano salvaguardare le proprie conversazioni prima del ritiro del supporto, è essenziale effettuare un backup delle chat.

Come fare il backup delle chat?

Come si fa un backup delle chat? Anzitutto aprire WhatsApp e accedere alle Impostazioni. Selezionare la voce ‘Chat’. Quindi, toccare ‘Backup delle chat’ e premere su ‘Esegui backup’ per salvare le conversazioni.
Questo backup poi può essere ripristinato su un nuovo dispositivo che supporta l’applicazione, riporta Adnkronos.

Chi ha un device tra quelli ‘eliminati’ ha diverse opzioni per continuare a utilizzare la piattaforma. La prima consiste nell’aggiornare il sistema operativo. Ovviamente se il telefono lo consente. Su Android, è sufficiente andare in ‘Impostazioni’, poi ‘Informazioni sul telefono’ e infine ‘Aggiornamenti di sistema’. Da qui si può verificare la disponibilità di una nuova versione.

iPhone: da maggio servirà almeno iOS 15.1

Per gli utenti Apple il limite scatterà da maggio 2025, quando WhatsApp richiederà almeno iOS 15.1 per funzionare. Di conseguenza, gli iPhone5s, iPhone6 e 6Plus non riceveranno più aggiornamenti.

Anche per gli iPhone bisogna accedere alle ‘Impostazioni’, andare su ‘Generali’ e ‘Aggiornamento Software’.
Molti modelli però, riferisce tecnoandroid, non possono essere aggiornati alle versioni richieste. In questi casi, potrebbe essere necessario acquistare uno smartphone più recente.
Meta, con questa scelta, conferma il suo impegno nel mantenere l’applicazione al passo con gli standard tecnologici più avanzati. Prepararsi per tempo diventa quindi essenziale.

Black Friday 2024, atteso dall’86% degli italiani

Di anno in anno, il Black Friday conquista sempre più fan e si conferma un appuntamento imperdibile per la maggioranza degli italiani. Infatti l’86% dei consumatori è pronto a valutare le offerte, e il 44% ha già deciso cosa acquistare. La spesa media prevista è di circa 235 euro a persona, generando un giro d’affari stimato in almeno 3,8 miliardi di euro, con un incremento dell’8,6% rispetto al 2023.

Questi dati emergono dall’analisi condotta da Confesercenti in collaborazione con Ipsos, che ha esaminato abitudini e preferenze dei consumatori in vista del Venerdì Nero.

Quando inizia il Black Friday?

Il Black Friday cade a fine novembre (nel 2024 il 29 novembre), il giorno successivo al Thanksgiving Day negli Stati Uniti. Tradizionalmente, questa data segna l’inizio della stagione dello shopping natalizio ed è caratterizzata da sconti eccezionali.

Sebbene inizialmente il Black Friday avesse la durata di un solo giorno, negli ultimi anni molte aziende hanno esteso le promozioni per tutta la settimana, che nel 2024 inizia il 21 novembre e si conclude con il Cyber Monday del 2 dicembre. Anche in Italia, questo evento ha guadagnato popolarità, diventando un’occasione di shopping imperdibile.

Chi acquista e quanto spende

Secondo il sondaggio, il Black Friday piace soprattutto ai giovani, agli abitanti del Sud Italia (il 50% prevede di acquistare sicuramente) e agli uomini (45% di intenzionati contro il 43% delle donne).

Il budget medio di spesa varia in base all’età, al genere e alla zona geografica. Gli uomini spenderanno in media 247 euro, le donne 224 euro. Gli over 34 prevedono una spesa di circa 246 euro, mentre al Nord Italia si registra il budget più alto con oltre 252 euro a persona. Seguono Sud e Isole (229 euro) e Centro Italia (210 euro).

Cosa e dove si compra

In origine focalizzato sulla tecnologia, il Black Friday in Italia oggi vede primeggiare abbigliamento e accessori, con il 51% degli acquirenti interessato a questi prodotti. Seguono elettronica (47%), cosmetici (31%), elettrodomestici (29%) e libri (22%). Anche giocattoli, arredamento, gioielli e viaggi rientrano tra le preferenze, seppur con percentuali inferiori.

Più del 70% degli italiani approfitterà del Black Friday per i regali di Natale, con oltre un terzo dei doni acquistati durante questa occasione.

Online o in negozio?

Il web domina con il 70% delle preferenze, grazie a piattaforme come Amazon. Tuttavia, il 21% degli acquirenti si rivolgerà ai negozi fisici, sostenendo le oltre 200mila attività che partecipano al Black Friday, molte delle quali con promozioni prolungate.

E-Waste Day 2024: dove buttare il vecchio smartphone?

Ogni anno, il 14 ottobre, si celebra la Giornata Internazionale dei Rifiuti Elettronici. Questo evento di sensibilizzazione, avviato dal WEEE Forum e dai suoi membri, mira a sottolineare l’importanza della gestione formale e responsabile dei rifiuti elettronici, i cosiddetti RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), e le soluzioni disponibili per ogni cittadino all’interno della propria comunità.

In particolare, gli RAEE R4 comprendono piccoli prodotti elettronici di uso quotidiano, come smartphone, computer, auricolari e chiavette USB. Con il rapido avanzamento della tecnologia, la gestione appropriata di questi rifiuti è fondamentale per ridurre l’impatto ambientale e promuovere una società più sostenibile.
Grazie agli sforzi di sensibilizzazione ambientale dei consorzi, gli italiani mostrano sempre più attenzione alla gestione dei prodotti elettronici a fine vita. Ecolight è il consorzio che rappresenta produttori, importatori e distributori di apparecchi elettrici ed elettronici (AEE).

I rifiuti elettronici crescono 5 volte i tassi di raccolta e riciclo

L’ultimo rapporto globale sulle apparecchiature elettriche ed elettroniche dell’ONU riporta che nel 2022 sono stati generati a livello globale 62 miliardi di kg di rifiuti elettronici.

In pratica, l’equivalente di circa 1,55 milioni di camion carichi di rifiuti elettronici allineati lungo l’equatore terrestre.
Il rapporto prevede che la quantità di rifiuti elettronici salirà a 82 miliardi di kg entro il 2030, mentre attualmente la crescita dei rifiuti elettronici avviene a un ritmo cinque volte più veloce rispetto ai tassi di raccolta del riciclo formale dal 2010.

Gli apparecchi R4 sono considerati rifiuti speciali

Nei primi otto mesi del 2024, la raccolta di RAEE R4 da parte di Ecolight è aumentata del 2%, raggiungendo quasi 10mila tonnellate. A livello nazionale, il totale ha superato le 53.800 tonnellate.
Ecolight ha redatto una guida pratica per il corretto conferimento dei RAEE, con particolare attenzione ai dispositivi appartenenti al raggruppamento R4.

Si tratta di cinque semplici passi per smaltire correttamente i rifiuti elettronici.
Anzitutto, è bene ricordare che gli apparecchi elettronici R4 sono considerati rifiuti speciali e non devono essere gettati nei rifiuti indifferenziati. È fondamentale portarli ai centri di raccolta autorizzati.

Utilizzare eco-isole e centri di raccolta

Informarsi sui centri di raccolta RAEE nel proprio comune è essenziale per garantire il corretto smaltimento. Oppure, optare per il ritiro presso i negozi. I rivenditori sono obbligati a ritirare gratuitamente il vecchio apparecchio al momento dell’acquisto di un dispositivo equivalente, facilitando così il processo di smaltimento.

Dove possibile, rimuovere le batterie. Prima di smaltire il dispositivo è infatti consigliabile rimuovere le batterie e smaltirle negli appositi contenitori dedicati, in quanto richiedono un trattamento separato.
L’ultimo consiglio è quello di considerare la riparazione o il riutilizzo dell’apparecchio. Se un dispositivo è ancora funzionante, sarebbe opportuno valutare la riparazione o la donazione anziché buttarlo.