Nel 2024 non si può più fare affidamento su credenziali fragili. Perché proteggere le password a tutela dei propri dati personali è sempre più importante.
Password deboli e banali, come ‘12345’, sono infatti vulnerabili agli attacchi degli hacker. Una password come ‘A$5tR&8kL@3m’, ad esempio, è molto più solida di ‘12345’, perché lunghezza e varietà dei caratteri proteggono le credenziali dagli attacchi brute force.
Per prima cosa, quindi, le password devono essere lunghe e complesse. Una password dovrebbe essere di almeno 12 caratteri e includere una combinazione di lettere maiuscole e minuscole, numeri e simboli speciali.
Utilizzare le frasi di accesso o passphrase
Altra soluzione efficace, le frasi di accesso, o passphrase. Si tratta di stringhe composte da parole casuali non correlate fra loro (ad esempio, ‘LuceNeveLupoAcqua). Facili da ricordare, sono difficili da indovinare, specialmente se contengono numeri e simboli.
Da evitare password comuni, come ‘password’ o ‘qwerty’, troppo facili da prevedere. Si consiglia anche di usare password uniche per ogni account, evitando assolutamente di riciclare le credenziali su più profili.
Mantenere poi aggiornati sistema operativo e software. Gli aggiornamenti spesso includono patch di sicurezza.
Non aggiornare regolarmente il software può infatti esporre il sistema ad attacchi informatici.
Attivare le notifiche di sicurezza
Le reti Wi-Fi pubbliche sono terreno fertile per gli attacchi degli hacker. Se non si può proprio fare a meno di collegarsi, non accedere a siti sensibili, come quelli bancari, quando si è connessi a una rete pubblica.
Inoltre, prestare attenzione alle notifiche che segnalano attività sospette sugli account. Se si riceve un avviso di modifica di password che non si ha richiesto, contattare quanto prima il servizio clienti del sito per aggiornare le credenziali. Attivare le notifiche di sicurezza aiuta a rilevare tempestivamente eventuali tentativi di accesso non autorizzati.
Ma utilizzare un gestore delle password è la soluzione più efficace per creare e conservare tante credenziali in un database crittografato.
Come funziona un password manager?
I password manager presentano al loro interno dei generatori di password capaci di creare credenziali complesse e casuali. In alcuni casi, offrono anche funzionalità di compilazione automatica nei moduli di login sui siti web, tramite l’utilizzo di specifiche estensioni per i browser.
Le soluzioni di maggiore qualità garantiscono anche la presenza di sistemi di backup crittografati per prevenire la perdita di dati.
Il cuore del password manager è un database crittografato che contiene tutte le password dell’utente, accessibile solo tramite una Master Password.
Sulla base di questa, viene creata una Master Key attraverso un algoritmo di derivazione come PBKDF2, utilizzato poi per crittografare e decrittografare le password.
Nel 2024 la spesa digitale di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro è prevista attestarsi a 1,982 miliardi di euro, +5% rispetto al 2023, anno in cui i professionisti italiani hanno investito complessivamente 1,888 miliardi di euro in tecnologie digitali (+7% rispetto al 2022).
A investire più in tecnologia si confermano gli studi multidisciplinari, con una spesa media di 25.100 euro, seguiti a distanza dai consulenti per il lavoro (12.900 euro), i commercialisti (12.100 euro) e gli avvocati, con investimenti medi di 9.500 euro.
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano.
Gli avvocati investono meno
“Per avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari è il momento di correre – afferma Claudio Rorato, Responsabile scientifico e Direttore dell’Osservatorio -, per accelerare il livello di digitalizzazione e sostenibilità, sia all’interno delle loro organizzazioni sia nel trasferimento alle aziende clienti”.
In dettaglio, il 41% degli studi multidisciplinari investe più di 10.000 euro e il 37% tra 3mila e 10mila euro, mentre solo l’8% degli avvocati spende più di 10mila euro, il 35% tra 3-10mila euro.
Anche sul fronte della reddittività la categoria legale è quella più in sofferenza: il 40% registra una diminuzione del reddito nell’ultimo biennio, contro il 28% dei commercialisti, il 24% dei consulenti per il lavoro e il 27% dei multidisciplinari.
Le tecnologie
Nel patrimonio informatico, i software per la gestione della contabilità e paghe, per il processo civile telematico, i sistemi di fatturazione elettronica e i sistemi di videochiamate sono presenti nei diversi studi con percentuali oltre l’80%, le restanti tecnologie al massimo nel 50%, raggiungendo il minimo in quelle evolute, come CRM, business intelligence, AI, workflow.
L’AI non è infatti ancora compiutamente entrata tra i professionisti, che pure manifestano grande interesse.
Oltre l’80% degli studi si sta documentando sulla tecnologia, tra il 5% e il 7% sta valutando lo sviluppo di progetti con altri colleghi, e solo tra il 3% e l’8% è passato all’azione, avviando progetti, con l’ausilio di consulenti esterni o insieme ad altri partner di business.
Cosa preoccupa i commercialisti?
Per commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari la prima preoccupazione per il futuro è la difficoltà di trovare personale adatto alle esigenze dello studio, al secondo posto ci sono il passaggio generazionale e la necessità di aumentare le dimensioni dello studio, ritenute inadeguate anche dagli avvocati.
Al terzo posto, per commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari, c’è la difficoltà di far percepire l’utilità di nuovi servizi alla clientela.
Per gli avvocati, invece, la principale preoccupazione è la capacità di elaborare da soli una nuova visione di studio, ma anche la difficoltà di trovare interlocutori con cui sviluppare collaborazioni stabili e la disponibilità di risorse finanziarie da investire in tecnologie evolute.
Il 62% delle aziende geo-distribuite, ovvero con filiali situate in paesi diversi dal paese della sede centrale, ha evidenziato una disparità tra i livelli di protezione informatica delle proprie sedi. Quasi la metà di queste aziende ha ammesso questo problema, ma non lo ritiene critico, mentre il restante 14% ha dichiarato che le proprie filiali necessitano di misure di cybersecurity molto più rigorose.
È quanto risulta dall’ultimo studio di Kaspersky, il report ‘Gestione delle aziende geograficamente distribuite: sfide e soluzioni’, che fornisce una visione approfondita delle sfide di sicurezza dei network e delle informazioni che le aziende geo-distribuite devono affrontare.
Una disparità che può mettere in pericolo l’intera azienda
Secondo il report, solo il 38% degli intervistati è convinto che la protezione dalle minacce informatiche della sede centrale (HQ) sia altrettanto efficace anche nelle filiali. Tuttavia, il 48% delle aziende ritiene che il problema esista ma non sia così critico, affermando che la maggior parte degli uffici locali è generalmente ben protetta.
Il 13% delle aziende non è così entusiasta delle misure di protezione, e sostiene che solo alcune filiali siano sotto controllo, mentre l’1% degli intervistati ha addirittura affermato che nessuna delle sedi locali è realmente protetta.
Gli esperti di Kaspersky avvertono le aziende con più sedi che questa disparità può mettere in pericolo l’intera azienda.
Vincoli di bilancio e poca fiducia
Nel 37% dei casi, le sedi centrali si sono assunte la responsabilità di tutte le attività di cybersecurity delle filiali, sostenendo che il personale locale non avesse conoscenze e qualifiche sufficienti.
Inoltre, nel 60% dei casi in cui i compiti di cybersecurity sono stati condivisi equamente tra la sede centrale e i team locali, tutte le attività sono state supervisionate dalla sede centrale.
Di fatto, oltre ai vincoli di bilancio, una delle ragioni di questa disparità è la mancanza di fiducia nelle competenze locali.
Ai criminali informatici non interessa quale luogo attaccare per accedere all’infrastruttura aziendale
“Anche se i dati più sensibili possono essere conservati a livello centrale, l’accesso alle risorse aziendali è chiaramente richiesto da diverse sedi, e quando queste non sono protette come la sede centrale, si creano rischi per la sicurezza dell’intera organizzazione – ha commentato Anton Solovey, Senior Product Manager (XDR) di Kaspersky -. Si pensa forse erroneamente che un livello di protezione inferiore sia sufficiente per le sedi che svolgono un ruolo secondario nella struttura aziendale. Tuttavia, ai criminali informatici non interessa quale luogo venga attaccato, sia esso la sede centrale o le filiali, perché possono accedere all’infrastruttura aziendale da qualsiasi posizione. È quindi importante attivare una protezione che sia ugualmente efficace in tutte le sedi”.
Sono in arrivo nuove regole nell’ambito dei cosiddetti ‘affitti brevi’. Non solo per i proprietari, ma anche per gli intermediari immobiliari e i gestori di portali telematici di locazioni. Questi ultimi, all’atto del pagamento al locatore dovranno sempre operare, in qualità di sostituti d’imposta, una ritenuta del 21% a titolo d’acconto, indipendentemente dal regime fiscale adottato dal beneficiario.
Ma quando si applica la cedolare secca con aliquota al 26%? A dare una risposta è l’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 10/E, che fornisce istruzioni agli uffici sulle novità introdotte relativamente alle locazioni brevi dalla Legge di bilancio 2024.
Le novità sulla cedolare secca
L’aliquota dell’imposta sostitutiva della cedolare secca sarà applicata al 26% a partire dal secondo immobile dato in locazione.
Nulla cambia invece per la prima o unica abitazione affittata, che sconta l’aliquota al 21%.
Il proprietario che mette in locazione diverse unità ha comunque la possibilità di sceglierne una per ciascun periodo d’imposta per cui fruire dell’aliquota ridotta del 21%. La scelta andrà indicata nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta d’interesse. La nuova aliquota del 26% si applica sui redditi di locazione maturati dal 1° gennaio 2024, a prescindere dalla data di stipula dei relativi contratti e dalla percezione dei canoni.
Semplificazione per gli intermediari
Gli intermediari, tra cui i gestori di portali telematici, che incassano o intervengono nel pagamento dei canoni relativi ai contratti di locazione, dovranno operare sempre, in qualità di sostituti d’imposta, una ritenuta del 21%, a titolo d’acconto sull’ammontare dei canoni, all’atto del pagamento al beneficiario, indipendentemente dal regime fiscale che quest’ultimo ha scelto. Dal canto suo, il locatore dovrà determinare l’imposta (ordinaria o sostitutiva) dovuta, scomputare le ritenute d’acconto e corrispondere l’eventuale saldo entro il termine per il versamento delle imposte sui redditi.
Linee guida per non residenti
Il documento di prassi illustra nel dettaglio anche l’adeguamento della legislazione nazionale al contenuto della sentenza sugli adempimenti fiscali degli intermediari non residenti, emanata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea il 22 dicembre 2022.
Gli intermediari non residenti all’interno della Ue ed extra-Ue che hanno una stabile organizzazione in Italia operano attraverso la stessa, riporta Adnkronos. I soggetti residenti in uno Stato membro dell’Unione europea che non hanno una stabile organizzazione in Italia possono adempiere direttamente agli obblighi o nominare un rappresentante fiscale in Italia. I soggetti extra-Ue con una stabile organizzazione in uno Stato membro dell’Unione assolvono agli adempimenti tramite la stabile organizzazione, e in mancanza di questa, devono invece nominare un rappresentante fiscale.
Competenze ed esperienza sono ora i principali punti di riferimento nel panorama attuale del mercato del lavoro. È evidente che sia giunta al termine l’era in cui il possesso di un titolo di studio garantiva accesso a opportunità lavorative. Le aziende danno ora maggiore importanza alle competenze pratiche e all’esperienza professionale dei candidati. Questo cambiamento, noto come ‘Skills economy’, è stato avviato già nel 2008 con la Grande Recessione e accentuato dalla pandemia, sottolineando che la laurea da sola non garantisce né un lavoro ben remunerato né una carriera di successo.
Il mercato del lavoro in costante evoluzione richiede competenze diverse ogni giorno, il che rappresenta una sfida per molte aziende. Un recente sondaggio condotto da Springboard ha rivelato che più di un terzo dei leader aziendali ritiene che la durata delle competenze tecniche attuali sia inferiore a 2 anni, e il 78% prevede che le “hard skill” diventeranno obsolete entro 5 anni.
Entro il 2028 il 44% delle competenze attuali non servirà più
Questi dati sono confermati dall’ultimo Future of Jobs Report del World Economic Forum, che indica che entro il 2028 il 44% delle competenze dei lavoratori subirà cambiamenti significativi, rendendo alcune competenze obsolete o richiedendo aggiornamenti sostanziali. Attualmente, il 70% dei leader aziendali riconosce l’esistenza di un divario di competenze che influisce negativamente sulle prestazioni aziendali, limitando l’innovazione e la crescita.
Come acquisire le giuste competenze
La mancanza di competenze è un problema sia per le aziende, che faticano ad attirare i talenti giusti, sia per i giovani, che hanno difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro senza le competenze richieste. Zeta Service, azienda specializzata in servizi HR e payroll, ha istituito un Campus gratuito per formare le future generazioni, condividendo know-how e coltivando il talento.
Se da un lato il reclutamento rappresenta una sfida per le imprese a causa della mancanza di competenze, dall’altro i giovani riconoscono l’importanza della formazione. Secondo un recente rapporto di LinkedIn, il 53% della Generazione Z ritiene che “imparare” sia fondamentale per progredire nella carriera.
La Gen Z sta ridefinendo il mondo del lavoro
La Gen Z, insieme ai Millennial, sta ridefinendo il mondo del lavoro, ponendo maggiore attenzione alla soddisfazione lavorativa e rifiutando ruoli che non rispecchiano i propri valori. Gli studenti universitari considerano essenziali i benefici derivanti dalla formazione quando valutano opportunità lavorative.
La maggior parte dei dipendenti desidera imparare nuove competenze, ma molti ritengono che le aziende non dedichino abbastanza risorse all’apprendimento. Il Campus Zeta Service si propone di colmare il divario tra conoscenze e competenze, offrendo un investimento a lungo termine per adattarsi al rapido cambiamento del mercato del lavoro e per promuovere lo sviluppo personale e professionale dei partecipanti. Alla fine del Campus nel 2023, il 73,3% dei partecipanti è stato inserito in azienda.
La ricerca ‘Oltre le generazioni. Esperienze, relazioni, lavoro’, realizzata dal Centro Studi di Valore D, in collaborazione con Behave Lab dell’Università degli studi di Milano, indaga la realtà delle 4 generazioni attualmente attive nel mercato del lavoro, Baby Boomers (BB), GenX, Millennials e GenZ.
I giovani entrano nel mondo del lavoro portando una prospettiva diversa, che si contraddistingue per il desiderio di coltivare altre dimensioni della vita personale. E se in generale per la GenZ il lavoro perde centralità, non è così per le donne della medesima generazione.
Smentendo lo stereotipo che vuole gli uomini nel ruolo di ‘breadwinner’, le donne si rivelano vere e proprie ‘equilibriste’, che per affermarsi nella sfera lavorativa sottraggono tempo al proprio benessere.
Acquisire competenze accomuna tutte le generazioni
Copertura sanitaria e stabilità contrattuale sono in cima alla classifica dei driver più importanti per i senior, mentre per Millenial e GenZ prevalgono un aspetto esplorativo e l’importanza del worklife balance.
Per le giovani generazioni anche la possibilità di ottenere congedi è un driver importante. Quello che chiedono è un riconoscimento della genitorialità che vada oltre gli stereotipi di genere.
La motivazione a lavorare sulle proprie competenze accomuna invece tutte le generazioni. Ma se l’upskilling emerge in particolare nella GenZ, il reskilling è una richiesta sentita da un Baby Boomer su tre.
Baby Boomer nel limbo del prepensionamento
Flessibilità e smart working emergono come modalità lavorative cruciali per tutte le 4 generazioni, e vengono richieste in percentuali simili da donne e uomini.
Implementare forme di lavoro sostenibile è un driver necessario al benessere, perché consente di bilanciare lavoro e vita privata. Un’esigenza che non appartiene solo ai giovani.
I BB però si sentono poco valorizzati ed esclusi dalla vita aziendale, nonostante persista la voglia di contribuire attivamente e trasmettere il proprio know-how alle nuove generazioni.
Pur mantenendo un certo grado di autorevolezza tra i colleghi, in molti si percepiscono in un limbo di prepensionamento, uno spreco di capitale umano, in particolare chi ha ancora diversi anni da trascorrere in azienda.
Millennials nella golden age del mercato del lavoro
Analogamente, anche la GenZ si trova in una zona d’ombra, a cavallo tra l’ingresso in azienda e la piena partecipazione/riconoscimento nell’organizzazione.
Quasi uno su due (47,8%) percepisce la propria età come un ostacolo a far valere le proprie opinioni con colleghi e responsabili.
I Millennials, invece, sono potenzialmente nella loro golden age nell’attuale mercato del lavoro, ma 1 su 3 considera l’età come un ostacolo per ottenere una promozione, e 1 su 4 riscontra difficoltà nello sviluppo professionale e personale.
Tra gli specialisti Hr e Dei emerge poi la messa in discussione del termine ‘talento’ come sinonimo di giovane età.
Le parole più usate per descrivere il talento in azienda, entusiasmo, curiosità, capacità di adattamento, brillantezza, buona volontà, sono senza limiti anagrafici.
In Europa in media sono necessari anche sei mesi per occupare una posizione nel settore della sicurezza informatica. Lo ha scoperto l’ultima ricerca di Kaspersky, ‘The portrait of the moderne Information Security Professional’, che valuta lo stato attuale del mercato del lavoro e analizza le ragioni della carenza di esperti di cybersecurity.
In Europa, infatti, il 31% delle aziende europee dispone di team di cybersecurity carenti a livello di personale. E per trovare un professionista qualificato nel campo della cybersecurity ha bisogno da 3 a 6 mesi.
A fronte di un mercato del lavoro alla continua ricerca di professionisti InfoSec, la mancanza di esperienza qualificata è stata citata dagli intervistati come una delle maggiori sfide, insieme agli alti costi di assunzione e alla concorrenza globale nell’acquisizione di talenti.
Per il personale di livello superiore i tempi si allungano anche a un anno
In Europa la ricerca di personale per le posizioni di livello superiore richiede più tempo, con il 45% delle aziende che dichiara di aver bisogno di quasi un anno o più, mentre le figure junior richiedono tempi più brevi, da uno a tre mesi, secondo il 36% degli intervistati.
Questi dati sono preoccupanti, poiché le aziende che operano per lunghi periodi senza il personale necessario corrono un rischio molto elevato, in quanto l’assenza di figure di cybersecurity offre ai criminali informatici l’opportunità di accedere alle infrastrutture e danneggiare i processi aziendali.
La discrepanza tra certificazioni e competenze reali
Alla domanda su quali siano le maggiori difficoltà nel ricercare e assumere il professionista InfoSec ‘giusto’, la maggioranza degli intervistati ha indicato la discrepanza tra certificazioni e reali competenze pratiche (57%) e la mancanza di esperienza (42%), sottolineando come le competenze professionali comprovate siano una delle caratteristiche più importanti che le aziende cercano in un professionista di cybersecurity.
Inoltre, gli elevati costi di assunzione sono un ostacolo per il 52% dei dirigenti europei, e la concorrenza globale, espressa attraverso pratiche di assunzioni attente e competitive da parte di più organizzazioni, preoccupa più del 30% degli intervistati.
Pmi: meglio rivolgersi a un MSSP
Questi dati dimostrano che anche se un’azienda dovesse trovare candidati che soddisfino tutti i requisiti ciò non significa che poi lavoreranno per quell’azienda. Poiché in un ambiente così competitivo altre organizzazioni potrebbero cercarli, e il processo di assunzione potrebbe proseguire all’infinito.
“Le aziende spesso dedicano molto tempo non solo al processo di selezione, ma anche alla formazione, nel tentativo di sviluppare un team diversificato all’interno dell’azienda – commenta Ivan Vassunov, VP, Corporate Products, Kaspersky -. Questa strategia è efficace per le grandi aziende e le organizzazioni che devono rispettare molti standard e normative locali. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, di solito si consiglia di esternalizzare le attività di cybersecurity, affidandole a Managed Security Service Provider (MSSP), colmando le lacune di personale in breve tempo e con perdite minime”.
Oggi il lavoro influenza meno la vita privata rispetto al passato, perché ci si dedica ad attività e valori reputati più importanti. Lo pensa il 54,2% dei giovani, il 50,1% degli adulti e il 52,6% degli anziani. In generale, il 52,1% degli occupati in Italia.
Inoltre, il 30,5% (34,7% giovani) dichiara di impegnarsi nel lavoro lo stretto necessario, rifiutando straordinari, chiamate o mail fuori dall’orario di lavoro, ed eseguendo solo ciò che gli compete per mansione. E quasi il 28% ha rinunciato a un lavoro migliore perché la sede era troppo distante dalla propria abitazione.
È quanto emerge dal 7° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon, e il contributo di Credem, Edison, Michelin e OVS. In futuro, il 67,7% degli occupati italiani vorrebbe ridurre il tempo dedicato al lavoro. In particolare, il 65,5% dei giovani, il 66,9% degli adulti e il 69,6% degli over50.
Nessuna fuga dal lavoro, piuttosto si cercano lavori migliori
Nel 2022 gli occupati in Italia sono 23,1 milioni, il dato più alto di sempre. E il lavoro è anche più stabile. Tra il 2019 e il terzo trimestre 2023, salgono del +5,0% i contratti permanenti e scendono del -4,5% quelli a termine.
Inoltre, non c’è alcuna fuga dal lavoro, piuttosto una corsa verso lavori migliori. Infatti, i dati Inps indicano che il tasso di ricollocazione a tre mesi dei dimessi volontari con meno di 60 anni è stato pari al 67,0%, quindi più alto rispetto agli anni precedenti.
Viva il welfare aziendale!
Lo conoscono sempre più lavoratori: l’81,8% degli occupati sa cos’è il welfare aziendale (il 32,7% in modo preciso e il 49,1% a grandi linee), mentre nel 2018 era il 60,2%.
Il welfare aziendale è anche molto apprezzato e desiderato, poiché tra i lavoratori che ne beneficiano l’84,3% lo vorrebbe potenziato, e tra coloro che non ne beneficiano l’83,8% vorrebbe fosse introdotto nella propria azienda. Inoltre, il 79,5% degli occupati apprezzerebbe un aumento retributivo sotto forma di una o più prestazioni di welfare. Lo afferma il 94,2% dei dirigenti, il 78,2% degli impiegati e il 74,8% degli operai. Il welfare aziendale di fatto può diventare uno degli strumenti migliori per trattenere o attrarre i lavoratori.
Azienda e lavoratori: un rapporto sbilanciato?
Il 61,5% degli occupati reputano adeguata l’attenzione aziendale in relazione alle esigenze dei lavoratori con figli, il 71,0% a quelle delle donne che rientrano dalla maternità, il 62,9% alle esigenze delle persone con una salute fragile, e il 52,3% alle condizioni base dei lavoratori.
Invece, per il 61,7% degli occupati l’azienda non è abbastanza attenta al benessere psicofisico generale di tutti i lavoratori, anche di quelli senza problematiche specifiche.
Sottolineano di più questo deficit di attenzione aziendale gli impiegati (62,3%) e gli operai (68,4%).
Nel futuro del Fisco si va sempre di più verso l’utilizzo e l’elaborazione delle informazioni a disposizione dell’Amministrazione finanziaria per arrivare a procedure pronte all’uso.
In questa direzione si inserisce la sperimentazione che riguarda i documenti IVA. Una sperimentazione che, partita nel 2021, è stata poi estesa a una platea di soggetti sempre più ampia, e che continuerà anche nel 2024.
Allo stesso tempo, le imprese e i professionisti interessati, così come gli intermediari, potranno contare su un panorama più ricco di servizi online.
In pratica, sulla base dei dati acquisiti con le fatture elettroniche, i corrispettivi telematici e le comunicazioni delle operazioni transfrontaliere, l’Agenzia delle Entrate elabora la cosiddetta precompilata IVA.
Prolungato il periodo di sperimentazione
Gli aggiornamenti sul percorso della precompilata IVA arrivano dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento numero 11806 del 19 gennaio 2024.
La decisione di prolungare anche al 2024 il periodo di sperimentazione nasce dall’esigenza di “consolidare e arricchire i dati precompilati della platea già individuata, considerato che la stessa riguarda circa 2,4 milioni di soggetti IVA”, si legge in una nota dell’Agenzia.
Le bozze dei registri IVA mensili, delle LIPE (comunicazioni delle liquidazioni periodiche), della dichiarazione annuale nonché i prospetti riepilogativi su base mensile e trimestrale risultano accessibili online a operatori, soggetti passivi IVA residenti e stabiliti in Italia, con liquidazione trimestrale. O a coloro che applicano uno specifico metodo per la determinazione dell’IVA ammessa in detrazione, come produttori agricoli o agriturismi.
Crescono i servizi online dell’Agenzia
A partire dalle operazioni effettuate dal 1° gennaio 2024, su cui si baseranno le elaborazioni dell’Agenzia, prende forma un nuovo servizio online legato alla precompilata che permette a imprese e professionisti interessati di scaricare in forma massiva determinati documenti. In particolare, bozze dei registri IVA mensili, prospetti riepilogativi IVA su base mensile e trimestrale, bozze delle comunicazioni delle liquidazioni periodiche, bozza della dichiarazione IVA annuale.
Da un lato, quindi, si consolidano e si arricchiscono i dati da inserire nella precompilata IVA, dall’altro crescono i servizi online a disposizione.
Il nuovo strumento web, già disponibile per i file di fatture elettroniche, corrispettivi ed elenchi relativi all’imposta di bollo, è accessibile anche da parte degli intermediari a cui si affidano gli operatori IVA interessati.
Maggiore integrazione con i sistemi gestionali
I dati che si ottengono in via automatica potranno essere importati nei sistemi gestionali o utilizzati per un confronto con le informazioni a disposizione di imprese, professionisti e intermediari.
La nuova funzionalità viene introdotta anche per recepire le richieste provenienti dalle associazioni di categoria per una maggiore integrazione con i sistemi gestionali.
Inoltre, anche le specifiche tecniche del tracciato delle fatture elettroniche utilizzabili a partire dal 1° febbraio 2024 avranno un impatto sui documenti IVA precompilati. I soggetti che adottano il regime speciale riferito alle attività agricole, infatti, potranno inserire informazioni utili all’Agenzia per calcolare l’ammontare dell’IVA a credito da riportare negli stessi documenti.
L’obiettivo del Rapporto Annuale sul Nomadismo Digitale in Italia nel 2023 è accrescere la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno “nomadi digitali” nel nostro Paese, e comprendere in che modo lavoratori da remoto e nomadi digitali possano contribuire a sostenere un reale processo di rilancio e di sviluppo per l’Italia.
Il Rapporto si focalizza sulle opportunità e sugli impatti economici, sociali e ambientali derivanti dal lavoro remoto e dal nomadismo digitale sulle comunità locali, ed è realizzato dall’Associazione Italiana Nomadi Digitali ETS con patrocinio dell’Assessorato al Turismo, Sviluppo e Impresa Turistica della Regione Puglia, il supporto economico di Wind Tre e il contributo di Tribyou, Borgo Novus e Vivere di Turismo Business School.
“Il lavoro da remoto sta generando la più grande rivoluzione della stanzialità”
“Chi oggi pensa che il lavoro da remoto sia solo un modo diverso di lavorare si sbaglia profondamente – commenta Alberto Mattei, Presidente dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali -. Il lavoro da remoto sta generando la più grande rivoluzione della stanzialità umana. Ci troviamo di fronte a una straordinaria opportunità, quella di attrarre lavoratori da remoto, professionisti e talenti nei piccoli centri e nelle aree interne del nostro Paese. Un processo che se gestito correttamente può generare un impatto positivo nelle comunità locali, contribuendo attivamente a ridurre il divario economico, sociale e territoriale in Italia”.
Cooperazione: l’elemento chiave per sviluppare progetti efficaci
Come valorizzare, quindi, i nostri territori attraverso l’attrazione di lavoratori da remoto, professionisti, e più in generale talenti, nei piccoli centri e nelle aree interne del nostro Paese?
Il report suggerisce la collaborazione tra istituzioni, enti di ricerca e soggetti pubblici e privati. La cooperazione è vista come l’elemento chiave per sviluppare progetti efficaci che rispondano ai bisogni dei nomadi digitali e alle esigenze delle comunità locali.
Due sinergie per il rilancio dei piccoli borghi
Wind Tre nel 2021 ha lanciato il progetto Borghi Connessi, con l’obiettivo di accompagnare la crescita dei piccoli Comuni italiani grazie a connettività e tecnologie smart. Secondo Alberto Pietromarchi, Wholesale Director e Sustainability Ambassador della società, “Il fenomeno dei nomadi digitali può riportare i piccoli borghi italiani in una posizione più centrale rispetto alla società italiana e stimolare la loro crescita economica e sostenibile“.
Gianfranco Lopane, assessore Turismo, Sviluppo e Impresa turistica Regione Puglia, aggiunge: “Le nostre comunità, fulcro di un percorso regionale di innovazione sociale e digitale, sono sempre più pronte ad accogliere chi da ‘turista’ diventa concittadino temporaneo e sceglie la Puglia come meta di viaggio, lavoro o anche di vita”.